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Nelle opere di Dalcò , ci è offerta la possibilità di assistere, di essere testimoni all'emergere del colore, del donarsi del colore alla vista, di mostrarsi alla visibilità. E del costituirsi delle forme attraverso il colore.
Colore che si diffonde che scorre, scivola sulle "tavole" e si arresta solamente quando un altro colore gli impedisce di fluire, di uscire da un qualsiasi ostacolo o controllo.
Ciò accade nelle ultime opere dove il sentimento verso la mimesi della natura è superato ma mantenuto all'interno della materia coloristica.
La pittura di Dalcò è la liquidità che sgorga dalla (Madre) natura, liquidità in cui egli è immerso e che lo ha condotto a scegliere l'acquerello e la vernice da auto perché questa presenta la brillantezza l'intensità e la purezza del colore, insieme alla fluidità simile all'acqua, nonostante la densità intrinseca che la caratterizza.
Questa materia pittorica essenzialmente consona alla pulsione che lo domina, costringe Dalcò, a causa della sua tossicità a proteggersi. Egli non la tocca, non la può toccare, infatti prende tutte le precauzioni affinché il liquido possa entrare solamente in rapporto con gli occhi e non con la vista- è attraverso questa che il liquido colorato entra in lui ne è compenetrato - in lui la liquidità degli occhi - vista e del colore si identificano - il colore - il liquido colore, è interiorizzato.
Nella sua taverna - studio sono esposte insieme due opere (forse le prime esperienze pittoriche) rivelatrici e "programmatiche".
La prima consiste nella rappresentazione di un feto color nero immerso in liquido (amniotico) color giallo; vicino a questo è appesa l'altra opera rappresentante un uomo, un giovane nell'atto di scagliare violentemente una pietra contro il sole, il quale si infrange spruzzando intorno miriade di colori.
M. Granet studioso della tradizione del pensiero cinese, lo Hong Fan, del secondo e terzo millennio a.c. mostra la corrispondenza di serie combinatorie e l'equivalenza tra il colore, il sapore, l'orientamento, le stagioni e i numeri. Così il giallo è il centro - terra - dolce seminato e mietuto. Il centro è il ventre della terra madre, il liquido amniotico in cui l'artista abita … il rosso invece è identificato con l'estate, il sud, il fuoco, e analogamente agli elementi democritei, al sapore amaro, all'alto.
Si tratta allora di vedere qui un'altra connessione, quella più intima che riguarda il conscio e l'inconscio, dove il simbolo (il colore liquido) la sua liquidità, richiama l'origine ed il fondo inesplorato che nessuna parola può riassumere e comprendere, ma è quello spazio dell'immagine, del rimosso.
La psicanalisi ha insegnato: quando l'oggetto originario di un moto di desiderio è andato perduto in seguito a rimozione, spesso viene sostituito da una serie interminabile di atti sostitutivi nessuno dei quali soddisfa pienamente, di cui però l'immagine - Simbolo (creativo) è in prossimità di tale oggetto. Tale immagine, la sua produzione soddisfa, si è detto, parzialmente il il desiderio mai finito reiterato, e qui si riallaccia, comunica di nuovo alla creatività della natura. Nel pensiero primitivo, al tempo del culto della fertilità la terra era considerata Dea Madre della vegetazione; Dalcò sembra essere in ascolto e udire l'eco di quel primordiale culto: le manifestazioni arboree, la loro rappresentazione sembrano sorgere da movimenti della terra e dalle acque che vibrando insieme creano gli alberi, le foreste, foreste che tengono il tempo rinchiuso nella loro promiscua matrice, che non permettono altro e favoriscono la dispersione, l'indipendenza, l'anomia, la poligamia anche l'incesto tra padre e figlio e tra madre e figlio - un magma di potenza ctonica- liquida intrisa di colore.
Colore che si distende invade deborda, non conoscendo limiti se non quelli posti attraverso lo scontro con altre forse liquide e altre forze sorgive dalla potenza coloristica pura - intensità di forze pure, di colore puro, il quale nel loro incontro entrano in conflitto o si risolvono rinfrangendosi sui loro bordi, amalgamandosi reciprocamente e producendo talvolta accordi.
Questo aggregarsi nel moto organico tende quindi forse a realizzarsi come equilibrio tra la pulsione dell'artista e le forze della natura da lui stesso individuate nel colore - simbolo; a ricomporsi dopo la violenza disgregante mostrata nel dipinto del sole infranto … E' questo il problema che necessariamente Dalcò dovrà affrontare con urgenza.
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Fabrizio Sabini
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Marzo 2003
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Lorenzo Dalcò e la cartografia del fantastico
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La pittoscultura di Lorenzo Dalcò viene da un lungo lavoro sul paesaggio e di questa ricerca, non sempre rigorosa né coerente, ma ondivaga con riprese ed abbandoni altrettanto repentini, porta le tracce, sia nella passione per la città nel suo complesso, per la veduta, che si distende ampia e panoramica, per lo skyline che rompe cieli arrossati, avvampanti o freddi di intensità boreali. Da qui è partito Dalcò, ma il suo viaggio non si è certo fermato a queste atmosfere, a queste allusioni ad una natura che diventava sempre più pittura, sempre più materia cromatica, che si accendeva di bagliori, si incupiva dando vita a monocromi con variazioni di tono su tono, ad un complesso equilibrio instabile tra la visione dell'immagine della città, le sue luci, i suoi umori distillati da alchimista e la sua trasposizione su di una carta geografica, nella magia di una rappresentazione simbolica sospesa tra l'invenzione e l'evocazione della realtà. Rimando ad altro, spesso confondendo o meglio contaminando l'orizzonte con la veduta dall'alto, zenitale o a volo d'uccello, sulle quali, nelle ultime opere, viene sovrapponendo ponti che sono vere e proprie sculture sovrapposte, che evocano l'astrazione verso la quale sta muovendo, ma che ancora non ha il coraggio di affrontare apertamente, che svela il suo gusto per la tridimensionalità della materia. Il ponte lega, unisce, stabilisce contatti, indicano direzioni e costituiscono vie privilegiate e questo vogliono essere questi elementi unitari che dominano un indistinto naturale che evoca, allude, rimanda, dando ad esso in un certo senso una stabilità, nell'ovvia articolazione fantastica di struttura che il ponte, tanto più è ampio, aggettante sul vuoto, possiede. E' un sorpassare, ma anche un contenere l'intera immagine, in un nascosto desiderio di sintesi. E' in passaggio intermedio, che poterà Dalcò verso altri spazi, altre dimensioni.
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Marzio Dall'Acqua
Presidente dell'Accademia Nazionale di Belle Arti di Parma
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